Fuck AI
Da Harvard a Hollywood fino a una stanza d'hotel di New Orleans: e se l'AI non fosse così inevitabile come ci raccontano?
Oggi parliamo della crisi reputazionale dell'AI che si sta diffondendo nelle università americane e di una coalizione politicamente impossibile (con dentro anche i MAGA) che si è riunita in segreto a New Orleans per porre un freno allo sviluppo dell'intelligenza artificiale.
Pare che dentro e fuori dai campus di Harvard stia emergendo qualcosa di nuovo: un rigetto collettivo che non si riesce più a liquidare come semplice paura del cambiamento.
Sono tornata a Madrid dopo circa sette anni e, dopo il concerto di Bad Bunny, croquetas di ogni tipo e una dose decisamente eccessiva di vermut, ho deciso di fare anche del bene al mio cervello e tornare nel museo più bello del mondo: il Reina Sofía.
Mi sono precipitata al secondo piano per passare più tempo possibile insieme a quel grido pietrificato che ti attraversa anima e retina, conosciuto come Guernica.
Mi ricordavo perfettamente il percorso per raggiungerlo e anche la sala. Quello che non ricordavo è un quadro altrettanto straordinario che ha stravolto completamente i miei piani. E che, a mio avviso, ha decisamente a che fare con il tema della newsletter di oggi.
Un mundo, 1929.
Ángeles Santos era una giovane ragazza di 18 anni quando l’ha dipinto.
Una tela enorme, tre metri per tre, ordinata su misura a Madrid.
Al centro c’è un globo terrestre che ha perso la sua forma: è diventato un cubo. Santos lo volle così in modo che “si vedessero meglio le cose che ci stavano dentro.”
Sulla faccia superiore c’è Valladolid, città dove è cresciuta: un fiume, un veliero, gente che pesca e lavora negli orti. A sinistra, un corteo funebre verso un cimitero, un’anima che sale verso un angelo dalle grandi ali bianche. In basso a sinistra una città avvolta nell’inquinamento.
Mi sono fermata davanti per non so quanto tempo. In quella tela ho visto il mondo ideale che sognava questa incredibile e giovanissima artista. Un mondo dove tutte le persone hanno la stessa grandezza. Dove nessuno prevarica su nessun altro. Nessuna gerarchia. Nessun potentissimo capo di azienda deciso a mutare le sorti dell’umanità.
Ho pensato a questo quadro tutto il giorno. Poi, riaprendo Instagram, ho visto un sacco di video di studenti americani abbastanza incazzati.
Ciao! Se sei qui, è perché ti trovi In Mezzo.
È una newsletter che fa parte dell'ecosistema di Rassegnally ed esplora la linea di confine tra online e offline, ammesso che esista ancora. Internet è un'invenzione meravigliosa che ha cambiato drasticamente le nostre vite, e questo è uno spazio per capire insieme, episodio dopo episodio, quanto il mondo reale sia intrecciato con quello digitale.
“AI sucks”: i fischi alle cerimonie di laurea
In diverse università americane, i tradizionali discorsi di fine anno tenuti da presidi, professori, ex studenti illustri e altri ospiti, sono stati interrotti da fischi non appena si provava anche solo a nominare l’intelligenza artificiale.
Alla University of Central Florida, Gloria Caulfield, la dirigente del settore immobiliare e alumna dell’ateneo, ha definito l’ascesa dell’AI “la prossima rivoluzione industriale”.
La risposta del giovane pubblico è stata immediata: un muro di fischi. Disorientata, ha commentato: “Ok, ho toccato un nervo scoperto.”
Alla Northeastern University di Boston, già un anno fa, la studentessa Ella Stapleton ha scoperto che il suo professore di economia aveva preparato le lezioni con strumenti di intelligenza artificiale e ha presentato un reclamo formale, chiedendo il rimborso di 8.000 dollari, il costo del semestre. Il paradosso è evidente: le università puniscono gli studenti per aver usato l’AI nei compiti, mentre alcuni docenti la usano per pianificare le lezioni.
Ma da dove arriva questo malcontento?
Mmmm, non lo so Rick. Forse perché hanno paura che l’AI tolga loro il lavoro?
E no, questa ipotesi non arriva da qualche ultra-settantenne e dai “suoi tempi in cui si viveva meglio”.
A sostenerlo è Dario Amodei, CEO di Anthropic, che ha dichiarato in un’intervista ad Axios che l’AI potrebbe eliminare circa il 50% delle posizioni entry-level del lavoro intellettuale nei prossimi cinque anni, con un potenziale picco della disoccupazione tra il 10% e il 20%.
Quindi perdonate il dubbio legittimo.
I dati già disponibili vanno nella stessa direzione: uno studio della Stanford Digital Economy Lab -ribattezzato dai ricercatori stessi “Canaries in the Coal Mine”- ha rilevato, su dati ADP relativi a milioni di lavoratori americani, un calo del 13% nell’occupazione dei lavoratori tra i 22 e i 25 anni nelle professioni più esposte all’AI, come sviluppo software, customer service e marketing, rispetto ai colleghi meno esposti. I lavoratori più esperti, nelle stesse professioni, hanno invece visto la propria occupazione restare stabile o crescere.
E Sam Altman, CEO di OpenAI, descrive i propri agenti AI come qualcosa che funziona come “un team di dipendenti ancora relativamente junior”: metafora rivelatrice di una precisa scelta aziendale, pronunciata durante il keynote del Snowflake Summit 2025.
“Fuck AI”
Il momento più iconico di questa stagione di cerimonie l’ha regalato però Ronny Chieng: attore, comico, conduttore del Daily Show, invitato come speaker al Class Day di Harvard, il 27 maggio 2026. Davanti alla classe in procinto di laurearsi, anziché rassicurare i neolaureati sull’inevitabilità dell’AI come aveva fatto praticamente ogni altro relatore in giro per gli Stati Uniti, ha esclamato tre volte “Fuck AI”, scatenando l’entusiasmo del pubblico. Ha poi aggiunto:
“La missione della vostra generazione è distruggere l’AI.”
Chieng ha citato uno studio MIT del 2025 sul cosiddetto “debito cognitivo” accumulato dall’uso eccessivo dei modelli linguistici, e ha difeso il valore del processo creativo contro ogni tentazione di scorciatoia.
Fuori dai campus
A Hollywood, il fronte si è spaccato in modo sempre più netto. Guillermo del Toro ha dichiarato che preferirebbe morire piuttosto che usare l’intelligenza artificiale nei suoi film.
Ai Gotham Awards del 2025, dopo aver ritirato il premio per Frankenstein, le sue ultime parole sul palco sono state proprio “Fuck AI.”
Rian Johnson ha detto che l’AI “sta peggiorando tutto in ogni singolo modo”.
Bong Joon-ho ha scherzato di voler organizzare una squadra militare per distruggere la tecnologia.
Siamo arrivati al momento in cui “Fuck AI” è diventato uno slogan che rimbalza da Harvard a Hollywood, e che chi lo pronuncia viene applaudito.
Qualcosa, nell’aria, è cambiato.
MAGA e Democratici, nella stessa stanza d’hotel, contro l’AI
Il malcontento non è rimasto circoscritto alle aule universitarie o a Hollywood.
A gennaio 2026, circa novanta persone si sono incontrate in segreto in un hotel Marriott a New Orleans.
Nessuno sapeva chi avrebbe trovato dall’altra parte della porta. Leader sindacali accanto a figure dei media vicine a Trump. Organizzatori progressisti con pastori evangelici.
Persone normali ed esperti. Tra loro anche l’informatico Yoshua Bengio, uno dei pionieri del deep learning.
Il risultato è la Pro-Human AI Declaration, pubblicata a marzo 2026 e coordinata dal Future of Life Institute. Una dichiarazione di intenti e principi di governance rilasciata per garantire che lo sviluppo dell'intelligenza artificiale rimanga incentrato sul controllo, sui valori e sulla dignità dell'essere umano.
Niente monopoli AI, approvazione democratica per i grandi cambiamenti sociali, responsabilità legale per le aziende. Tra i firmatari: Steve Bannon, Susan Rice, Ralph Nader, Yoshua Bengio, Richard Branson, Tristan Harris e la presidente dell’AFL-CIO Tech Institute.
E se ci fosse un’altra via?
Bernie Sanders ha presentato una legge che obbligherebbe le grandi aziende AI a cedere il 50% delle loro azioni allo Stato. Il governo diventerebbe così co-proprietario di OpenAI, Anthropic e xAI e avrebbe voce in capitolo su come vengono sviluppate.
L’idea di fondo: l’AI è costruita sulla conoscenza collettiva dell’umanità, quindi i suoi profitti dovrebbero tornare a tutti, non solo ai miliardari che la possiedono.
Non avrà detto 50% come Bernie, ma sapete chi la pensa in modo molto simile?
Proprio lui, Donald Trump, che qualche giorno fa ha parlato della possibilità che lo Stato americano entri nel capitale delle principali aziende AI, in modo che “il popolo americano possa beneficiare del successo dell’AI”.
Da Sanders e da Trump la stessa idea, quindi: che l’AI non sia proprietà di pochi, ma infrastruttura condivisa. Come l’acqua. Come internet nelle sue origini. A beneficio di tutte e tutti.
E se non fosse così inarrestabile come ci dicono?
La favoletta che sentiamo raccontare è sempre la stessa: l’AI arriva, e basta. È inevitabile. La velocità è la sua natura.
Non sono d’accordo.
I data center bloccati, le petizioni, la coalizione impossibile di New Orleans, la legge di Sanders: tutto questo racconta una storia diversa.:
L’inevitabilità, forse, è più una scelta retorica di chi ci guadagna che una legge della natura.
L’inevitabilità, in gran parte, è una scelta retorica di chi ci guadagna, non una legge della natura.
Torno a Santos, alla sua tela. In quel quadro non c’è un centro e non c’è una gerarchia: c’è l’umanità che condivide lo spazio su un cubo, dove ogni vita è solo una piccola parte di qualcosa di immensamente più grande. Lo so che è un mondo che non esiste, e lo so che non si può vivere di soli ideali.
Non ho intenzione di fermare la tecnologia, ovviamente. Pretendo però di continuare a farmi domande, a cercare le crepe nell’inevitabile e a credere che possano esistere delle alternative più giuste. Per ora mi sembra già qualcosa.
Ad astra 💫








Sull'inevitabilità io ho molti dubbi. Nel senso che credo davvero che sia inevitabile. Mi ricorda il parallelismo col nucleare, ovvero: una tecnologia del genere, una volta scoperta, non può essere fermata. Non in un mondo così frammentato e diviso in superpotenze in competizione. Se io decido di non andare avanti, lo farà qualcun altro. Se io non sviluppo l'arma atomica perché è sbagliato, lo faranno i miei nemici per avvantaggiarsi. Forse la speranza che si possa fare qualcosa deriva dall'uso particolare che ne facciamo noi, almeno per la maggioranza: uso creativo. Ma gli ambiti più interessanti e impattanti credo siano altri e non ci coinvolgono direttamente (nel senso che non basta dire da oggi non uso più gemini per scrivere): armi, produzione industriale, propaganda, medicina.
Persona il pessimismo. Attendo idee contrarie e rassicuranti😅