Tempo fa avrei detto che tutto questo è inaccettabile e che preferirei la libertà alla sorveglianza, con la consapevolezza che il grado di rischi che vive una società è strettamente legata all'educazione e al senso civico di chi la popola. Oggi, penso che mi sono abituato all'idea che lo sviluppo tecnologico stia andando verso una direzione chiarissima: la sorveglianza. Mi sembra un movimento così enorme (ma al contempo elegantemente nacosto) che davvero mi passa la voglia di provare a protestare. E poi, guardando me, il mio privato, devo dire che ultimamente mi sento così rincoglionito da questo flusso di informazioni, contenuti e distrazioni che non ho nemmeno le energie mentali per farmi problemi, figuriamoci per provare a capire come risolverli.
In Cina, mi viene da dire, siamo già in quel tipo di società che qui, per ora, pare lontana. E chi ci vive, si sente sicuro (almeno per quel che si sente) e non si pone nemmeno il dubbio che ci sia qualcosa di male. Anzi: si domandano (testimonianza diretta di un'amica da poco in viaggio lì) che problemi abbiamo invece noi, a vivere così vicini al rischio. Del tipo: vai in stazione senza che ti scannerizzino. E se entra uno armato e uccide qualcuno?
Ecco, credo arriveremo, prima o poi, a non percepire più la mancanza di privacy come un problema. Sempre che, sul tema sicurezza e sicurezza percepita, si facciano passi avanti.
Ciao Davide! Ti recupero ora, sempre con i miei tempi biblici 😭.
Guarda, il senso di impotenza lo condivido al 100%. Esattamente come sul discorso dell'avanzamento dell'AI incontrollato. Io non penso affatto che questi strumenti siano necessariamente un male, anzi: se utilizzati correttamente, possono essere strumenti importantissimi per la sicurezza e, in certi contesti, anche per prevenire dei rischi concreti.
Il problema, per me, rimangono le persone e soprattutto il sistema dentro cui questi strumenti vengono utilizzati. Perché una tecnologia di sorveglianza può essere utilissima nelle mani giuste e diventare uno strumento di controllo nelle mani sbagliate. E non possiamo ragionare come se il contesto politico e istituzionale fosse irrilevante.
In un Paese in cui ancora oggi si può morire per mano dello Stato, per me è abbastanza difficile dire semplicemente “vabbè, tanto ci sorvegliano per la nostra sicurezza” e chiudere lì il discorso. Chi controlla chi controlla? Quali sono i limiti? Chi garantisce che quei dati non vengano usati diversamente da come ci viene promesso?
Tempo fa avrei detto che tutto questo è inaccettabile e che preferirei la libertà alla sorveglianza, con la consapevolezza che il grado di rischi che vive una società è strettamente legata all'educazione e al senso civico di chi la popola. Oggi, penso che mi sono abituato all'idea che lo sviluppo tecnologico stia andando verso una direzione chiarissima: la sorveglianza. Mi sembra un movimento così enorme (ma al contempo elegantemente nacosto) che davvero mi passa la voglia di provare a protestare. E poi, guardando me, il mio privato, devo dire che ultimamente mi sento così rincoglionito da questo flusso di informazioni, contenuti e distrazioni che non ho nemmeno le energie mentali per farmi problemi, figuriamoci per provare a capire come risolverli.
In Cina, mi viene da dire, siamo già in quel tipo di società che qui, per ora, pare lontana. E chi ci vive, si sente sicuro (almeno per quel che si sente) e non si pone nemmeno il dubbio che ci sia qualcosa di male. Anzi: si domandano (testimonianza diretta di un'amica da poco in viaggio lì) che problemi abbiamo invece noi, a vivere così vicini al rischio. Del tipo: vai in stazione senza che ti scannerizzino. E se entra uno armato e uccide qualcuno?
Ecco, credo arriveremo, prima o poi, a non percepire più la mancanza di privacy come un problema. Sempre che, sul tema sicurezza e sicurezza percepita, si facciano passi avanti.
Perdona il pippons
Ciao Davide! Ti recupero ora, sempre con i miei tempi biblici 😭.
Guarda, il senso di impotenza lo condivido al 100%. Esattamente come sul discorso dell'avanzamento dell'AI incontrollato. Io non penso affatto che questi strumenti siano necessariamente un male, anzi: se utilizzati correttamente, possono essere strumenti importantissimi per la sicurezza e, in certi contesti, anche per prevenire dei rischi concreti.
Il problema, per me, rimangono le persone e soprattutto il sistema dentro cui questi strumenti vengono utilizzati. Perché una tecnologia di sorveglianza può essere utilissima nelle mani giuste e diventare uno strumento di controllo nelle mani sbagliate. E non possiamo ragionare come se il contesto politico e istituzionale fosse irrilevante.
In un Paese in cui ancora oggi si può morire per mano dello Stato, per me è abbastanza difficile dire semplicemente “vabbè, tanto ci sorvegliano per la nostra sicurezza” e chiudere lì il discorso. Chi controlla chi controlla? Quali sono i limiti? Chi garantisce che quei dati non vengano usati diversamente da come ci viene promesso?